Uno dei dibattiti più accesi e controversi quando si parla di made in Italy é il rapporto tra questi e la globalizzazione.
Nel mercato globale la delocalizzazione é compatibile con la dicitura “made in Italy” oppure ne é la più viva delle contraddizioni?
Emblematica é la storia di Xu Qiu Lin, imprenditore e “celebrità” di Prato, salito alla ribalta della cronaca locale in quanto primo dei cinesi – comunità di solito molto schiva e riservata – ad essersi iscritto in Confindustria.
L’ azienda di “Giulio” (tutti a Prato lo conoscono con questo nome) realizza giubbotti di pelle e di stoffa, producendo in Cina ma destinando alle funzioni amministrative e commerciali professionisti rigorosamente italiani.
“La mia azienda é italiana” – afferma convinto Giulio – “perchè il made in Italy é lo stile, la moda. E io ho bisogno del gusto italiano, dello stilista italiano che sappia disegnare e creare un modello. La produzione no, quella viene fatta fuori.”
Per Giulio, il made in Italy é una vera e propria missione, tant’ é vero che la sua filiale in Cina si occupa non solo di produrre giubbotti ma anche di venderli e comunicarli, rafforzando la passione cinese per i prodotti italiani.
“Perchè i cinesi vanno pazzi del made in Italy.”
Una missione, che diventerà più facile da realizzarsi con la prossima apertura a Nanchino di un grande spazio interamente dedicato al made in Italy, voluto, progettato e realizzato proprio da Giulio.
Insomma, una storia molto particolare e che fa riflettere.
Voi che ne pensate?
Simone Di Gregorio

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A me questa sembra una gran fregnaccia…una bella storia da raccontare per far vedere come si integrano gli stranieri. Bene, anzi, benissimo.
Ma se parliamo seriamente e di cose tangibili, mi chiedo: dove sta il vantaggio di vendere un Made in Italy, prodotto in Cina , ai cinesi?
Forse ci guadagnerà l’imprenditore italiano ( o cinese) che ci sta dietro, ma per il paese Italia, dove sta il vantaggio? Fatemelo sapere perchè io non lo capisco. Un saluto