Archivi categoria: cina

Prodotti innovativi per nicchie globali, cosi’ le Pmi battono la crisi

innovazione

Le Pmi campioni del made in Italy selezionano nicchie di mercato penetrabili sul piano dell’ innovazione, spiazzandole con originali contenuti tecnologici che riducono il valore dell’ offerta concorrente.

Prodotti innovativi per aree di mercato scelte attraverso sofisticate strategie di segmentazione.

E’ questa la formula su cui poggia da sempre il successo delle nostre piccole e medie imprese, e che oggi – mutatis mutandis – viene perseguita ostinatamente per uscire dalla crisi.

In quest’ articolo del “Tempo” si fa il punto sugli ultimi buoni risultati delle nostre aziende: sono notizie davvero positive che purtroppo trovano sempre troppo poco risalto mediatico.

Da dove cominciare.

Dalla Lpm di Varese, per esempio, che nell’ ultimo anno ha incrementato la vendita delle sue tubazioni plastiche per impianti chimici di oltre il 30%, grazie alle esportazioni verso Svizzera, Danimarca e Spagna.

Sempre a Varese, la Mgm conta su nuovi e sempre elevati ordini per i suoi falconi medicinali, richestissimi soprattutto in Germania e Usa.

La Jessa di Pordenone, specializzata in arredamento di design per zone giorno e notte, ha appena aperto due nuove show-room a Chicago e Washington e sono in programma sempre per il 2009 nuove aperture a San Francisco, Los Angeles e San Diego.

Il Gruppo Moncada di Agrigento si occupera’ di energia solare ed eolica per tutto il Mozambico.

Crai ha appena aperto un nuovo canale di distribuzione in Cina per la vendita di prodotti made in Italy.

Sempre in Cina, come anche in Russia, continua a crescere la Mbm di Colleferro, specializzata in arredi e biliardi.

Sono storie singole, certo, ma indicative della vitalita’ che continua a pulsare dentro ad una corposa parte dell’ industria italiana.

Storie, simbolo dei percorsi strategici, sempre piu’ globali e orientati all’ innovazione, che offrono una via di uscita alle tante altre imprese in difficolta’.

Simone Di Gregorio

Annunci

Prodotti adattati ai costumi locali e partnerships strategiche: Veneta Cucine insegna come vincere in Cina

veneta cucine

Lo scorso post parlavamo dell’ importanza per le imprese made in Italy di comprendere le caratteristiche di una nuova classe media mondiale che ha nella Cina un suo fermo punto di riferimento.

Il Sole24Ore ci racconta di una delle (poche) aziende italiane che ha fiutato le opportunita’ insite nella crescita economica cinese gettando le basi per una penetrazione del mercato asiatico che ora inizia a dare i suoi interessanti frutti.

L’ azienda in questione e’ Veneta Cucine, presente in Cina dal 2000 con vari negozi monomarca e 18 tra show-room e punti vendita in centri commerciali dedicati alla casa e all’ arredamento.

La strategia di Veneta Cucine poggia su due punti cardine: l’ adattamento dell’ offerta agli usi e costumi locali; individuazione di partners affidabili e radicati localmente.

Comprendere le specificita’ della vita quotidiana cinese e’ un’ operazione tanto complessa quanto fondamentale per una qualunque azienda che intenda sbarcare nell’ impero del Sole.

Dionisio Archiutti, responsabile marketing dell’ azienda, spiega che “la difficolta’ piu’ grande e’ stata comprendere il modo che i cinesi hanno di concepire lo spazio cucina: un luogo piccolo e chiuso, dove si frigge molto; un luogo del fare e non del vivere. Tuttavia, segnali di cambiamenti si stanno avvertendo. Una possibile sfida per il futuro sara’ contaminare il loro modo di pensare la cucina con il nostro modo di concepire questo spazio, partendo dal nostro cibo e dal modo di cucinarlo e consumarlo”.

Ma, come sappiamo, un buon prodotto non basta. Altro punto fondamentale e’ la capacita’ di attirare l’ attenzione del consumatore e permettergli di osservare, toccare, “vivere” il prodotto.

Per questo motivo, Veneta Cucine ha selezionato partners locali che in accordo alle direttive aziendali gestiscono la distribuzione e il contatto con i diversi canali di vendita dislocati sull’ immenso territorio cinese.

Simone Di Gregorio

Dalla Cina all’ Argentina: nuovi ricchi, nuove opportunita’ per il made in Italy

shmotor

Sono ormai molti gli indicatori che segnalano un miglioramento nello stato dell’ economia mondiale.

Nell’ attesa di capire quale forma avra’ la ripresa, sembra certo che il peggio e’ alle spalle e le imprese, cosi’ come gli osservatori, gli economisti e i sociologi, iniziano a guardare con molta attenzione a quelle tracce dalle quali si scorge il volto della societa’ globale post-crisi.

Particolarmente interessante e’ lo studio pubblicato qualche giorno fa da Confindustria che quantifica una tendenza di cui si parla da tanto e che tanto la crisi ha accellerato: la maggior parte dei nuovi ricchi si dividera’ tra occhi a mandorla e i colori caldi dell’ America Latina.

Nel 2030 infatti – secondo le stime di Confindustria – la nuova classe media mondiale (pil pro-capite di almeno 30.000 dollari) sara’ composta da 1,5 miliardi di persone, 500 milioni in piu’ rispetto ad oggi, e al vertice di essa risiederanno molti abitanti dei Paesi emergenti.

Se oggi l’ 80% dei benestanti vive nei Paesi ad economia avanzata, domani la stessa percentuale si ridurra’ intensamente.

Nelle aree emergenti, i benestanti saliranno infatti da un minimo di 215 a un massimo di 611 milioni, mentre l’ aumento di individui benestanti nei Paesi sviluppati sara’ limitato ed oscillante tra un minimo di 60 milioni a un massimo di 89.

E l’ ascesa della classe media rappresenta una preziosa opportunita’ per il made in Italy, costituendone da sempre il naturale sbocco.

Inoltre, i nuovi benestati vivranno non solo nei Paesi Brics (Brasile, Russia, India e Cina) ma anche in aree “vicine” alle imprese nostrane, geograficamente come la Turchia e culturalmente come l’ Argentina.

Su questi mercati le nostre imprese dovranno concentrare i loro sforzi di internazionalizzazione.

Simone Di Gregorio

made in Italy, stile o produzione?

Uno dei dibattiti più accesi e controversi quando si parla di made in Italy é il rapporto tra questi e la globalizzazione.

Nel mercato globale la delocalizzazione é compatibile con la dicitura “made in Italy”  oppure ne é la più viva delle contraddizioni?

Emblematica é la storia di Xu Qiu Lin, imprenditore e “celebrità” di Prato, salito alla ribalta della cronaca locale in quanto primo dei cinesi – comunità di solito molto schiva e riservata – ad essersi iscritto in Confindustria.

L’ azienda di “Giulio” (tutti a Prato lo conoscono con questo nome) realizza giubbotti di pelle e di stoffa, producendo in Cina ma destinando alle funzioni amministrative e commerciali professionisti rigorosamente italiani.

“La mia azienda é italiana” – afferma convinto Giulio – “perchè il made in Italy é lo stile, la moda. E io ho bisogno del gusto italiano, dello stilista italiano che sappia disegnare e creare un modello. La produzione no, quella viene fatta fuori.”

Per Giulio, il made in Italy é una vera e propria missione, tant’ é vero che la sua filiale in Cina si occupa non solo di produrre giubbotti ma anche di venderli e comunicarli, rafforzando la passione cinese per i prodotti italiani.

“Perchè i cinesi vanno pazzi del made in Italy.”

Una missione, che diventerà più facile da realizzarsi con la prossima apertura a Nanchino di un grande spazio interamente dedicato al made in Italy, voluto, progettato e realizzato proprio da Giulio.

Insomma, una storia molto particolare e che fa riflettere.

Voi che ne pensate?

Simone Di Gregorio